CARTOLINA

Il nucleo storico del paese si distende su tre colline, due delle quali segnate dalle inconfondibili sagome del campanile e della torre medievale. L'immensa campagna, densamente popolata fa da splendida e variopinta cornice ad una comunità ricca ed eclettica.
"Adagiata in maniera civettuola a mezza costa sul pendio di una collina a promontorio tra due piccoli corsi d'acqua, di cui uno sfocia nel Sele, sul versante tirrenico, e l'altro, il Basento, sul versante ionico. Ha l'aspetto di un paese prospero e agiato…"

F. Lenormant

 

GONFALONE

"L'attuale gonfalone del Comune di Picerno si presenta in questo modo: sul fondo azzurro nella parte superiore vi è la scritta in forma semicircolare Comune di Picerno, nella parte inferiore e laterale, rispetto allo stemma, arabeschi in oro e al di sotto ed ai lati dello stemma, legati da un nastro rosso, due rami con foglie: a destra di quercia, a sinistra di ulivo… la bordura dello stemma è di color oro. Lo stemma, infine, è sormontato da una corona turrita anch'essa di color oro con sfumature gialle e marroni, mentre la parte interna è di color rosso". 

 Mario Romeo

 

STEMMA

Diviso in due campi. Nel superiore una mitra episcopale della Collegiata, con le lettere R. F. e nell'inferiore un levriero rampante ed un braccio con una coppa in mano. Questo secondo elemento è manifesta arma parlante: "il coppiere" in latino è pincerna. Campo superiore argento, mitra oro, lettere nere; inferiore campo azzurro, coppa oro, cane suo colore naturale. Si pensa che lettere che indicassero Romana Fortitudo.
 

 

GEOGRAFIA

Superficie: 78,29 kmq
Altitudine: 670 msl
Vette: Monte Li Foj (1355 m)
Corsi d'acqua: Fiumara di Picerno

Popolazione
(aggiornata al 31 dicembre 2004): 6223 abitanti di cui 3139 maschi e 3084 femmine. Le famiglie residenti sono 2251. Gli abitanti sono detti picernesi

Come arrivarci
Per chi proviene da Salerno: A3 SA-RC direzione Potenza uscita Sicignano; SS407 Basentana fino allo svincolo per Picerno
Per chi proviene da Potenza: SS407 Basentana fino allo svincolo per Tito
Treni: stazione di Picerno interna al paese (linea Taranto-Roma)
Autobus: di linea
Aeroporto più vicino: Napoli Capodichino


 

STORIA

La storia picernese è ben lungi dall'essere stata scritta in modo critico ed esauriente e la sua complessità è già insita nella controversa questione dell'etimologia del toponimo Picerno.
Lo storico Giacomo Racioppi (Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma 1889, vol. II, p. 61) sostiene che il nome Picerno è composto dalla parola pece e dal suffisso -erno e che esprime "una relazione complessa di luogo e di lavoro, e più specialmente il luogo ove si esercita un lavoro fabbrile, e forse collettivo": Picerno equivarrebbe a "luogo ove si estraeva la pece da quei monti lucani ove ancora oggi è superstite l'abete".
Per il linguista Giovanni Alessio (Contributo linguistico alla preistoria, alla protostoria e alla storia della Lucania, Napoli 1963, pp. 63; 83) il nome Picerno, sia per la base (cfr. Picenum), sia per il formante -erno (cfr. altri toponimi simili quali Salerno, Moliterno, Poliverno), potrebbe essere un relitto del sostrato di lingue mediterranee preindoeuropee. Egli afferma che "la maggior parte dei toponimi antichi della Lucania sono relitti di lingua mediterranea", ma, a differenza di molti altri toponimi simili per i quali l'appartenenza a lingue preindoeuropee è indiscussa, il nome Picerno, nonostante l'aspetto preindoeuropeo, potrebbe anche essere appartenuto a strati linguistici meno antichi o allo stesso latino, "quindi non va trascurata la possibilità di una sua connessone col termine salernitano piciernu (una specie di giunco), inseparabile dal salentino c'piern' (anche questo indica una specie di giunco) che presuppone un latino cypernus aggettivo di cyperus (giunco)".
Secondo Antonio Nolé (Picerno, storia e dialetto, Salerno 1968), già parroco di Picerno, "Picerno, che nella versione più antica è Picierno, e nei primi documenti risalenti al sec. XI si trova anche nella forma Pizeni potrebbe anche indicare "terra dei piceni". Infatti, secondo Plinio, un gruppo di coloni Piceni nel 267 a. C., ribellatisi a Roma, furono deportati dalle loro terre poste sull'adriatico, nella pianura del fiume Sele ove edificarono Picentia o Potentia Picenorum nei pressi dell'attuale Eboli. Ma 360 mila coloni erano troppi per quella pianura, sicché è probabile che una parte di essi si sia internata tra i monti della Lucania seguendo il corso del fiume Sele e dei suoi affluenti. Il Racioppi ritiene che questi abbiano fondato la città di Potenza in ricordo della patria perduta e dell'altra Picentia sulle rive del Sele. Non è da escludere che da un gruppo di essi abbia preso il nome anche la terra di Picerno, significando appunto "terra abitata dai Piceni". Quest'ipotesi mi sembra avvalorata dal ritrovamento da parte dei contadini di Picerno, di numerose sepolture in alvei di terra cotta che gli esperti hanno giudicato di origine picena. Più documentata è invece l'ipotesi secondo cui già nel primo secolo avanti Cristo, esistesse nell'attuale territorio picernese qualche villa romana. Nella tavola Peutingeriana a 24 miglia da Grumento sono segnate due località poco distanti l'una dall'atra: si tratta di Balabo e Acerrona". Secondo alcuni studiosi Balabo è facilmente identificabile con Balvano, Acerrona invece potrebbe essere addirittura Picerno, ma a quest'ipotesi non crede ormai quasi nessuno.
Si può anche procedere ad un'analisi comparativa delle aree regionali limitrofe (cilentana e calabrese), perché in esse sono stati riscontrati termini che in quanto a forma e aspetto possono collegarsi ad ipotesi sul nome Picerno. Per l'area cilentana basterà citare G. Rohlfs (Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento, Galatina 1988, p. 100), il quale parla di termini come piciernu e picerna (rispettivamente bambino e bambina); M. Nigro (Primo dizionario etimologico del dialetto cilentano, Agropoli 1989, p. 306), che adduce la forma picierno ("specie d'erba dei luoghi bassi e umidi"); oppure G. Alessio ("L'elemento latino e quello greco nei dialetti del Cilento", Rendiconti dell'Istituto Lombardo, II, n. 76, 1942-1943, p. 350). Egli non nega la possibilità di una derivazione dal latino pincerna (coppiere, ragazzo che mesce il vino), accostato al radicale pik-, e di probabile tradizione dotta. Per l'area calabrese si veda ancora Giovanni Alessio ("Sopravvivenze classiche nei dialetti calabresi", in Brettii, Greci e Romani - Atti del V Congresso Storico Calabrese, Cosenza-Vibo Valentia-Reggio Calabria 28-31 ottobre 1973, Roma 1983, pp. 141; 187), il quale riporta la forma Picernu (contrada di Capistrano -RC- e anche cognome) e la forma calabrese settentrionale picerna (persona di bassa statura). In ultima analisi va ricordato l'accostamento con i Picentes da picus, "l'uccello sacro a Marte, presente anche nella leggenda della fondazione di Roma" (G. Devoto, Gli antichi Italici, Firenze 1969, p. 109).

Preistoria ed evo antico
Echi remotissimi della presenza dell'uomo in territorio picernese sembrano rimontare già al Paleolitico ed al Neolitico ("al momento un chopper [ciottolo scheggiato] dalla località Costa di Ripaterno e schegge silicee [punte di frecce e raschiatoi] da Colle Torrano e Serra di Fagato, nel vicino territorio di Muro Lucano, sono le uniche attestazioni relative"). "All'Età del ferro iniziale sembrano appartenere i frammenti di ceramica ad impasto (realizzata senza l'uso del tornio) decorati a cordoni plastici e ad impressioni ad intacchi verticali, lineari e circolari, recuperati in agro di Picerno".
"Per il periodo arcaico e classico (per questo relativamente alla prima metà del V sec. a.C.) non abbiamo ancora documentazione, anche se non si deve escludere la frequentazione dell'agro e del colle su cui sorgerà il centro medievale, come avviene per la vicina Baragiano, che parimenti controlla l'ampia vallata. L'unico scavo condotto dalla Soprintendenza nel 1985 ha consentito il recupero in località SS. Assunta di una sepoltura a fossa della seconda metà del IV sec. a.C. Delimitata da pietre e contenente sette vasi è pertinente ad un piccolo insediamento rurale caratteristico del mondo indigeno in periodo lucano ed attestato, anche per la fertilità della contrada, nella tradizione locale relativa ad un'antica frequentazione (il che però non esclude un riferimento all'età romana). Numerosi reperti di natura sepolcrale (scheletri, armature, corazze, elmi), forse della medesima epoca, sono stati rinvenuti in località Castiédd da contadini del luogo. Il colle stesso, sede del potere politico e religioso, è frequentato nel IV sec. a.C., come si deduce dalla presenza di frammenti di embrici pertinenti alla copertura di sepoltura, accertate al di sotto dell'attuale centro abitato di Picerno". Nella facciata della Chiesa Annunziata sono collocate due lapidi sepolcrali di età romana risalenti al II sec. a. C.

Nota:
Per la preistoria e gli evi antico, medievale e moderno si è rielaborato ed adattato in virgolettato quanto scritto da A. Capano (Beni culturali a Picerno e nel suo territorio: catalogo della mostra, Picerno giugno-luglio 1989, Agropoli 1989), mentre per la storia contemporanea la fonte elaborata in virgolettato è stata G. Caivano Bianchini (Una cittadina del Mezzogiorno d'Italia - Picerno - note ed appunti di storia municipale, Galatina 1977).

Età medievale
Alquanto oscuro risulta finora il periodo medievale con assenza totale di notizie in merito al territorio. In tal modo la linea di approssimazione storica, su cui ci si deve mantenere e che nasce in età greco-romana, si allunga sino al XII secolo d.C. Le ricerche attuali si fondano sui documenti cartacei dei registri di proprietà e su questo certo solco documentario si è cominciata a scrivere la "vera" storia picernese. Solo "poco dopo la metà del 1100 il Catalogo dei Baroni riporta che Piciernum, inserita nella contea di Tricarico, è in diretta dipendenza dalla Curia. Posta al confine con il principato salernitano (Bella, Marmo, Platano, Vietri) è divisa tra Amon e Glaundino De Glosa, che lo ha acquistato da Pocomato, i quali devono fornire un milite ciascuno (un cavaliere e due servi con il proprio equipaggiamento) per le spedizioni belliche programmate in quel periodo. Dopo la soppressione della rivolta contro gli angioini, ìl castrum Pizeni è concesso ad Eustasio de Juveniaco per 5/6, mentre di un sesto è stato gratificato Rinaldo d'Aquino (1267). Nel 1270 è menzionato quale feudatario Taxino de Jovine".
"Picerno non è documentata insieme agli altri borghi nell'obbligo di offrire con propri abitanti la cura della manutenzione di importanti castelli e case imperiali, come invece avviene per i centri limitrofi (Baragiano e Santa Sofia, ad esempio, per la casa imperiale dì Lagopesole, il casale del Marmo, Vietri e Balvano, in Principato, per il castrum di Brienza; ancora il Marmo, Pietrafixa, Satriano e Tito per il castrum di Muro)".
"Tra i centri del Giustizierato di Basilicata che devono un augustale a fuoco (nucleo fiscale di circa 6 persone) nel 1277, Piciernum dimostra di possedere circa 608 abitanti; è quindi inferiore a Tito (1.926 abit.) a Satriano (906 abit.), ma superiore a Baragiano (114 abit.), a Bella (378 abit.) e a Ruoti (162 abit.). Nel 1301 Picerno è in possesso del Conte di Potenza Giovanni Pipino".
"Nel 1303 Carlo II dà il suo assenso perché il Castello di Picerno faccia parte della dote di Agnese, figlia di Milone Durnay. È quindi (dal 1340) di Jacopo Sanseverino conte di Tricarico, figlio di Tommaso II e di Sveva Contessa di Tricarico, primo conte di questo centro nel 1345. Picerno sarebbe stata venduta da Jacopo a Filippo de Sus nel 1337".

Nota:
Un'antica tradizione attesta che gli abitanti di Acerrona (secondo la tavola Peutingeriana località situata in un'area limitrofa o addirittura identificabile con il territorio picernese), sfuggiti ai saccheggi delle truppe di Annibale, fondarono Picerno sulla collina ove sorse in seguito il castrum Pizeni.

Evo moderno
Varia e ricca di "passaggi di proprietà" è la sorte di Picerno, che rappresenta un feudo rurale da sfruttare e da mettere a disposizione (talvolta anche come merce di scambio) dei signori che si alternano al potere e ne dispongono senza verisimilmente quasi mai visitarlo. "Petricone Caracciolo, per aver parteggiato per Alfonso d'Aragona contro Renato D'angiò, avrebbe ottenuto nel 1438 tra altri possedimenti Baragiano (confiscata a Pietro d'Alagno) e, con la conferma del 1441, tra gli altri, anche "Petrafissa, Picerno, Marmoli disabitato". Questi muore nel 1458; gli succede il figlio Giacomo (oltre a Francesco) intestatario anche di altri possessi ed alla sua morte (fine gennaio 1499) il figlio Petricone e quindi il figlio di questi, Pio Battista, duca di Martina (dal 1523). Egli muore poco tempo dopo se il figlio Petricone Caracciolo riceve la significatoria dei relevi il 22 gennaio 1525. Quest'ultimo è ancora vivo nel dicembre del 1546 se nella significatoria di quel periodo è considerato "Moderno" (attuale) "Duca di Martina"; ma con il figlio Giulio, morto il 14 dicembre 1569, Picerno non risulta più tra i possessi, come si deduce dalla significatoria del 7 maggio 1571".
"Nel 1696 l'università (amministrazione locale) di Picerno è in possesso di Fabrizio Spinelli di Scalea, di cui si denunciano gli abusi".
"Il 20 gennaio 1716 Francesco Maria Spinelli vendette a Giambattista Pignatelli la Terra di Picerno, ed il feudo "noncupato" di Marmo, sito in provincia di Basilicata. Gli succede il figlio Girolamo attestato nel cedolario degli anni 1732-1766; suo erede è il figlio, omonimo del nonno (si veda il cedolario del 1779)".
"Al tempo delle leggi eversive della feudalità il Cav. Vincenzo Pignatelli difende i possessi della famiglia. Picerno è una delle protagoniste delle vicende della repubblica partenopea". Nel 1799 con la restaurazione borbonica una banda comandata da Gerardo Curcio di Polla (soprannominato Sciarpa) espugnò l'ultima roccaforte repubblicana piegando la resistenza del popolo picernese rifugiatosi nella Chiesa Madre. Caddero 20 donne e 50 uomini ; tra questi un sacerdote e un gruppo di aviglianesi e ruotesi.
Ma la ripartizione dei possessi feudali, ottenuta con la lotta, non aveva cambiato affatto le vecchie strutture economico-sociali. I beni dei baroni, acquisiti dallo Stato, furono venduti ad esponenti della nuova borghesia, i quali si dimostrarono ben presto più voraci e più avidi dei precedenti signori feudali. Si crearono così, pian piano, dissapori ed acredini fra gli amministratori senza scrupoli ed i contadini da loro sfruttati. La tensione crebbe e sfociò in delitti continui, in discordie vicendevoli fra famiglie, cose che turbarono non poco la quiete del paese.
In breve si formarono le prime sparute bande di malviventi, che si diedero alla macchia infestando non solo il contado, ma anche le vie del centro abitato. Ci fu un periodo in cui quasi dovunque si rubava e si uccideva senza scrupoli ed i briganti picernesi ingrossarono le fila di tutti quei fuorilegge che vivevano ai margini di Potenza e del suo circondario.

Evo contemporaneo
Nella prima metà dell'Ottocento Picerno versava in condizioni di miseria estrema per la mancanza di beni primari come l'acqua potabile. I nuovi ideali politici e nazionali che di lì a poco avrebbero portato all'Unità d'Italia non venivano recepiti facilmente dalla popolazione sia per il troppo diffuso tasso di analfabetismo sia per la paura del cambiamento. Il problema del brigantaggio continuò a manifestarsi anche dopo l'avvenuta unificazione al Regno d'Italia e molte sono le deposizioni ufficiali di malcapitati assaliti per le campagne di Picerno. Solo sul finire del secolo scomparvero i briganti portandosi via anche il ricordo delle loro innumerevoli ruberie e dei loro efferati delitti.
"L'industria armentizia, l'agricoltura e il piccolo commercio, non trovarono, anche dopo il 1870, condizioni favorevoli per svilupparsi". "A Picerno, dopo l'Unificazione d'Italia, si costituirono due grossi partiti: quello detto di "sopra" rappresentato da Caivano, Tarulli e Capece e quello di "sotto" capeggiato da Capasso, Molinari e Salvia. Essi, fino all'avvento del Fascismo, sempre in contesa fra loro, si alternavano nell'amministrazione di Picerno con discutibile vantaggio per la popolazione, la quale dapprincipio ebbe speranza, con la costituzione delle giunte locali, di risollevarsi dalle tristissime condizioni economiche, sociali e morali in cui da tempo versava. Ma fu fiducia vana. Per lungo tempo rimasero insoluti problemi inerenti alla sanità, alla viabilità, all'igiene ed all'agricoltura. Nel loro avvicendarsi sindaci e commissari prefettizi non riuscirono a contenere l'emigrazione che, fin dalla fine del 1800 ed oltre, aveva causato il depauperamento demografico delle campagne con conseguente danno all'economia agricola". Forse l'unico vero risultato di rilievo per il bene comune fu il completamento della linea ferroviaria (agosto 1880) che finalmente tirò fuori dall'isolamento il nostro paese e la nostra regione.
Il Novecento si apre alla rinascita ed alla ricostruzione di un centro ormai spossato e martoriato. Impulso è dato a tutte le attività produttive agricole ed artigianali. La concessione della terra ai privati cittadini, non più fittavoli e coloni al servizio di signori feudali, avvia Picerno ad un lento, ma incisivo sviluppo. Verso la fine dell'Ottocento le autorità competenti non erano state in grado di sorvegliare l'attività illegale degli usurpatori terrieri e così molti picernesi si erano accaparrati più terra del dovuto.
"Con la prima guerra mondiale questo paese subì una nuova crisi agraria e commerciale per la mancata presenza di giovani che, numerosissimi, erano stati richiamati alle armi". "Tra i gravi disordini che seguirono nel periodo del dopoguerra, gli ex combattenti si organizzarono ed, in seguito all'affermarsi del fascismo, nacquero le organizzazioni fasciste, sotto la guida dell'assistente alle ferrovie dello Stato Vincenzo Borriello. Non pochi si arruolarono, in seguito, come volontari nelle Camicie Nere, e soprattutto giovani capifamiglia parteciparono alle varie campagne di guerra fiduciosi di trovare in tal modo una soluzione valida ai loro problemi economici anche allora molto gravi".
"Alla caduta del fascismo non si verificarono a Picerno né schiamazzi né azioni di vendette, né violenze pubbliche o private: tutto sembrava previsto, ineluttabile!" Ancora una volta Picerno era chiamata ad inventarsi un futuro e cominciò nel 1945 con la costituzione di una "Consulta Comunale del Popolo", la quale affiancò gli amministratori dell'immediato dopoguerra per far fronte alle più immediate esigenze: assistenza ai bisognosi (circa 800 gli iscritti nella lista dei poveri), disoccupazione, sistemazione di strade, protezione del patrimonio boschivo, costruzione di fognature, revisione del quadro organico degli impiegati del Comune, assistenza sanitaria. Nasce il mercato mensile per il commercio paesano, si comincia la costruzione dei primi edifici scolastici.

UOMINI ILLUSTRI

Carlo Tirone
Nato a Picerno nella seconda metà del '500. Dopo aver appreso le prime nozioni di filosofia e di diritto nello studio dei Padri Cappuccini di Picerno, si trasferì a Napoli, dove si addottorò in Utroque jure. Avvocato a Napoli e poi Uditore preso la Regia Udienza Provinciale di Chieti, nel novembre del 1600 rientrò a Napoli per ricoprire il posto di Giudice nella Vicaria Criminale. Nominato Consigliere di Santa Chiara il 15 febbraio del 1605, morì a Napoli il 10 maggio del 1609, lasciando inediti i suoi "Consilia", che ne avevano accresciuto la fama di giureconsulto e di magistrato.


Giuseppe Nicolò Leonardo Biagio Forlenza
Nato a Picerno il 3 febbraio 1757. Medico chirurgo oculista di dichiarata fama prestò il suo servizio soprattutto in Francia, dove, durante il governo repubblicano del 1799, fu nominato primo chirurgo oculista nell'Ospedale Nazionale degli Invalidi e nell'Ospedale Principale di Parigi. Fra il luglio e l'agosto del 1806, con decreto diploma del Segretario di Stato, venne nominato "chirurgo oculista" dei Licei, delle Scuole Secondarie, degli Ospizi Civili e di tutti gli Stabilimenti di Beneficenza dei Dipartimenti dell'Impero. Fu riconosciuta ed apprezzata l'opera che per lunghi anni egli aveva espletato a favore degli umili e degli indigenti come degnissimo esecutore del precetto ippocratico. La fama della sua perizia e la grande esperienza acquisita gli valsero riconoscimenti ed onori, tanto che presto fu insignito della prestigiosa decorazione di Cavaliere della Legione d'Onore. La sua unica opera pubblicata è "Considerazioni sull'operazione della pupilla artificiale", di cui, purtroppo, malgrado accurate ricerche, non si è riusciti, finora, a trovare copia. Ciò che poi lo rese popolarissimo in Francia furono gli interventi alle cateratte eseguite sul ministro Portalis e sul poeta Lebrun. Ebbe modo di effettuare vari viaggi in Europa e a Roma, dove operò il Cardinale Doria, ed in Inghilterra, ove la sua opera fu tanto apprezzata che venne insignito dalla Corte Inglese della prestigiosa onorificenza dell'Ordine di San Michele. Morì il 22 luglio 1833.

Tommaso Cappiello
Nato a Picerno nel 1778. Si laureò a Salerno in medicina all'età di 20 anni. Durante la rivoluzione napoletana si trovò coinvolto a Napoli, dove fu nominato capo amministrativo della guarnigione del Castel dell'Ovo. A Lione ebbe l'occasione di avere un breve colloquio col generale Bonaparte di ritorno dalla campagna d'Egitto, dal quale ottenne un Luigi d'oro e le credenziali per recarsi a Parigi e proseguire gli studi. Presso l'ospedale l'Hotel Dieu seguì lezioni di anatomia, di fisica e chimica. Stabilitosi a Milano conobbe e fece vita comune con i fratelli Siani di Potenza e con lo storico Vincenzo Cuoco. Pubblicò la "Confutazione del sistema medico di Brown". Dopo brevi soste a Firenze e a Roma si fermò a Salerno, dove conseguì la laurea in chirurgia il 29 gennaio del 1802. In seguito visse sempre a Picerno, esercitando la sua professione fino al 1830, partecipando attivamente alla vita politica del proprio paese. Le sue memorie sono contenute in un manoscritto inedito.

Giuseppe Antonio Gaimari
Nato a Picerno il 28 marzo 1779. Compì gli studi a Napoli con il fratello Saverio e nel gennaio del 1799 prese parte attiva alle prime insurrezioni repubblicane. Il 22 dicembre del 1803 si laureò in filosofia e medicina presso l'Ateneo Ippocratico di Salerno. Fu docente presso l'Università di Napoli ed inoltre autore di moltissimi ed apprezzati saggi e lavori scientifici. La sua alta formazione umanistico-scientifica gli valse la fama di brillante traduttore ed commentatore delle maggiori opere mediche francesi. Coltivò anche la filosofia e la filologia (dominava con sicurezza le lingue latina, francese, tedesca e inglese). Nel 1807 si arruolò volontario nel VII reggimento napoletano agli ordini di Gioacchino Murat. Combatté con Napoleone e ricoprì la carica di Chirurgo Maggiore degli Ussari. Partecipò alla campagna di Russia, passò per Varsavia, attraversò la Vistola, combatté a Smolensk, sul Don, partecipò all'occupazione di Mosca. Nel 1815 si dedicò all'insegnamento universitario presso la cattedra di medicina e chirurgia all'Università di Napoli. Fu membro della Reale Accademia delle Scienze dell'Accademia Pontaniana, dell'Accademia Medica Napoletana e si distinse come esperto degli affari economici della Lucania Orientale. Morì a Picerno il 19 ottobre 1838.

Giovanni Capasso
Nato a Picerno il 21 aprile del 1873. Seppur misconosciuto per via della sua condotta di vita estremamente riservata e - a detta di chi lo conobbe - al limite della misantropia, il Capasso è stato riconosciuto dalla critica moderna come il più insigne ed abile scrittore di favole del '900. Laureato in matematiche e scienze naturali, ma anche in lettere classiche e storia e filosofia visse la maggior parte della sua vita a Salerno, dove si dedicò all'insegnamento delle scienze esatte (prima presso il liceo Tasso, poi presso il Convitto privato G. Galilei, da lui fondato, fino a vecchiaia inoltrata), alla letteratura ed alla bibliofilia (fu, infatti, possessore di una biblioteca ricca di oltre 2000 volumi). Apologista esopico per eccellenza fu fine traduttore di Fedro e Aviano, nonché autore di originali versi latini sempre di argomento favolistico. Morì il 23 ottobre 1946 a Salerno dopo aver espresso il desiderio di essere sepolto nel cimitero del suo paese natio. Il comune di Salerno gli ha dedicato una strada soprattutto per la sua degnissima opera civica e la sua ricchissima raccolta di libri è ora conservata presso la Biblioteca Provinciale salernitana.

Attilio Cerruti
Nato a Picerno il 14 luglio 1879. Compì gli studi d'obbligo a Picerno. Si iscrisse all'Università di Napoli e a 22 anni conseguì la laurea in Scienze Naturali con tesi sperimentali su un endoparassita tenioide. Fu volontario presso la facoltà di zoologia. Nel 1913 fu incaricato come ispettore tecnico demaniale per la molluschicoltura a Taranto. Dalla sua venuta a Taranto dedicò la propria esistenza alle ricerche di molluschicoltura ed allo studio degli ambienti marini di Mar Piccolo, promuovendo varie iniziative di formazione degli operatori di settore, sollecitando innovazioni tecnologiche e sperimentando nuovi allevamenti come, ad esempio, quello della Pinna nobilis. Fu anche incaricato della docenza di Anatomia Comparata all'Università di Bari. Lo stesso laboratorio divenne un punto di riferimento italiano per le ricerche marine. Alla fine della seconda guerra mondiale il laboratorio di Taranto assunse la denominazione di Istituto Talassografico come avvenne per le altre due sedi di Trieste e Messina e venne costituito il comitato talassografico da cui, poco dopo, ebbe origine il Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Aristide Tancredi
Nato a Picerno il 15 gennaio 1902. Scultore ed insegnante di disegno e storia dell'arte. "Compì i suoi studi presso il liceo artistico e l'accademia delle belle arti di Venezia. Maturò la sua formazione sullo studio dei grandi pittori dell'800 e impostò la propria espressione su un figurativismo neorealistico, che, se concede al gusto del sintetismo, trova il suo costante punto di riferimento nella realtà concreta" (Tratto dall'Enciclopedia Universale SEDA della Pittura Moderna, s.v. Tancredi Aristide). Tra le numerose opere ricordiamo la scultura bronzea raffigurante San Francesco posta nel piazzale della Chiesa B.V. del Rosario di Potenza ed il busto bronzeo raffigurante Q. Orazio Flacco posto nell'atrio del liceo classico statale di Potenza.

Vito Marcantonio
Nato a  East Harlem - New York l'11 dicembre del 1902. Visse nel quartiere di Harlem con l'affabile soprannome di "Marc". Il nonno paterno emigrò da Picerno, dopo aver servito nelle fila dell'esercito garibaldino. Vito ereditò la fiera tradizione garibaldina della ribellione a qualunque sopruso e, come tale, ebbe tutte le qualità e tutti i difetti del popolo. Marcantonio rappresentò New York al Congresso nel 1934 - 36 e dal 1938 al 1950. Fu un energico pacifista e sostenne che la seconda guerra mondiale non era il mezzo adatto per trarre la società americana fuori dalla depressione. Appoggiò con trasporto l'idea e l'istituzione delle Nazioni Unite. Si era diplomato alla Dewitt Clinton High School. Nel 1925 aveva conseguito la laurea in legge alla New York Univerity. Divenuto esponente civico rispettato e ascoltato, diresse le campagne politiche di Fiorello La Guardia nel 1926, nel 1928 e nel 1930. Nel 1934 venne eletto rappresentante del suo distretto al Congresso degli Stati Uniti. Il collegio elettorale era costituito da cittadini di origine italiana discriminati per naturale inclinazione biologica, formato da sarti, calzolai, falegnami, da un sottoproletariato di braccianti, su cui vigilava la polizia tammanista, i quali diedero il loro sostegno a "Marc". Egli fu continuatore in America della ricca tradizione del foro italiano, che a sfida di tutte le tirannidi, difendeva senza compromesso perseguitati politici e vittime della reazione. Marcantonio era repubblicano, ma per la larghezza delle sue vedute contava molti amici in campo democratico. Nel 1950 venne battuto da una coalizione di repubblicani, democratici e liberali. Ritiratosi dall'attività politica, continuò la sua opera di avvocato con modici compensi, talvolta anche gratis. Il nome di Vito Marcantonio è divenuto leggenda come quello dei grandi uomini americani che hanno lasciato un'impronta indelebile nel tessuto della società. Morì nel 1954 per un attacco cardiaco. Ad East Harlem gli è stata dedicata una scuola.

Note:
Le fonti consultate sono state G. Caivano Bianchini (op. cit.), A. Nolé (Picerno, storia e dialetto, Salerno 1969 [?]), G. Salinardi (Da Picerno a Parigi: Giuseppe Nicolò Leonardo Biagio Forlenza - Chirurgo Oculista 1757-1833 -, Potenza 1989 [?]). Per G. Capasso, A. Cerruti e V. Marcantonio l'elaborato è fonte di ricerca propria.

 

Curatore: Dr. Paolo Curcio





NOTE CRONOLOGICHE

216-210 a.C. 
Picerno sorse, secondo un'antica tradizione, quando gli abitanti di Acerrona sfuggiti ai soldati di Annibale, si rifugiarono sulla collina ove sorse il Castrum Pizeni

Età Normanno-Sveva
Solo in età normanna si hanno notizie certe di questo centro abitato e precisamente quando signori di Picerno erano i Pocamato, cui successe Gualdino de Glosa e Amor. Costoro costruirono la prima rocca fortificata che, poi, FedericoII completò ed ingrandì per rinchiudervi alcuni prigionieri lombardi.

1269 
Feudo di Rinaldo d'Aquino, assegnato quindi da Carlo d'Angiò ad Eustasio de Juvenicio e, nel 1270, a Taxino de Jovine.

1277
Picernum contava circa 400 abitanti e, tassato per 98 fuochi, corrispondeva alla Corona 24 once e 15 tarì d'oro.

XIV secolo
La chiesa dell'Annunziata fu sviluppata con affreschi e il portale a sesto acuto, in cui nel 1506 venne racchiuso il portone intagliato.

1301
Picernum è feudo di Giovanni Pipino conte di Potenza.

1337
Iacopo Sanseverino, conte di Tricarico, vende il feudo a Filippo de Sus.

1456
Sottratto ai fautori di Renato d'Angiò da Alfonso d'Aragona, Picerno divenne feudo, con titolo di Contea, di Petricone Caracciolo, al quale successe il figlio Giacomo (1485). Passato successivamente agli Spinella di Scalea e da questi ai Muscettola, la Terra di Picerno fu poi feudo dei Pignatelli, principi di Marsiconuovo, ai quali rimase sino all'eversione della feudalità, messa in atto nel Regno di Napoli dalla legge del 2 agosto 1806.

1647
Intorno alla metà del XVII secolo anche la Basilicata, come tutte le regioni del Mezzogiorno d'Italia, reagisce al malgoverno spagnolo. Le ripercussioni di questa reazione si ebbero anche a Picerno. I moti scoppiati a Napoli nel luglio del 1647 ebbero notevole ripercussione anche in Basilicata, dove assunsero decisamente carattere antispagnolo e, soprattutto antifeudale.

1696
In un documento dell'Università di questa cittadina si legge del disappunto nei confronti del comportamento del feudatario Spinelli della Scalea, del quale si denunciano le malefatte e si riporta anche la punizione che il parlamento-presieduto dal governatore regio della Università -richiede al viceré: "per havere da tanti assassini, forasciti inquisiti, forgiudicati e citati a forgiudica et altre genti di mala vita…fatto ammazzare, arrapare, sfrisare, mazziare, spogliare, dare sfratti a sessanta fuochi in circa delli migliori, con fare molti insulti, violenze, matrimoni forzosi, devastazione dei seminati ecc…"

1726
La chiesa madre venne costruita sui bastioni dell'antico castello. Fu ampliata nel 1789.

1735 
Dalle notizie fornite nel giugno del 1735 dal notaio Stefano di Meo, cancelliere dell'Università, all'avvocato fiscale della Regia Udienza di Matera, Rodrigo Maria Gaudioso -incaricato da Carlo di Borbone di redigere una relazione sulle condizioni economiche della regione- risulta che la Terra di Picerno, situata in luogo montuoso e circondata da fiumi, è un paese molto povero. Pochissimi sono inclini alle lettere, tutti gli altri coltivano il terreno, che non produce altro frutto se non grano e vino. L'Università aveva entrata di 2700 ducati annui. Sindaco dell'Università era quell'anno Diego di Meo; eccetto lui, tutti gli altri amministratori dell'Università di Picerno erano analfabeti. Vi era una sola chiesa Parrocchiale dedicata a S. Nicola, un convento di Padri Cappuccini e quattro abbadie, quella di S. Croce, quella di S. Giacomo, quella del Carmine e quella retta dall'abate Giovanni Aniello Sergio.

1799
A Picerno si raccolsero, alla fine del XVIII sec., i repubblicani del dipartimento di Avigliano per organizzarvi, al comando dei fratelli Vaccaro, la resistenza contro le forze sanfediste che avanzavano verso Potenza guidati da Sciarpa e da Guglielmo Harley, un ufficiale inglese sbarcato in Italia Meridionale per organizzare e dirigere l'offensiva sanfedista contro i francesi e la Repubblica Napoletana. La resistenza della Basilicata alle orde dello Sciarpa ebbe l'ultima sua pagina gloriosa e il suo glorioso compendio nella eroica difesa di Picerno, sulle cui mura caddero appunto Girolamo e Michele Vaccaro, gentiluomini di Avigliano, che furono a capo di tutto il movimento politico di Basilicata nella primavera del 1799. "La piccola città di Picerno, che aveva festeggiato con sincera allegrezza il mutato politico reggimento,assalita da 'borboniani, sbarrò le porte; e aiutandosi del luogo, allontanò più volte gli assalitori. Sino a che declinando le sorti universali della Repubblica torme più numerose andarono all'assedio; e fu agli abitanti necessità combattere dalle mura. Finita dopo certo tempo la munizione di piombo, e consultato del rimedio in popolare parlamento fu stabilito che si fondessero le canne di organo delle chiese, poscia i piombi delle finestre, in ultimo gli utensili domestici e gli strumenti di farmacia, con i quali compensi abbondò il piombo come abbondava la polvere. I sacerdoti eccitavano alla guerra con devote preghiere nelle chiese e nelle piazze; i troppo vecchi, i troppo giovani pugnavano quanto valeva debiltà del proprio stato; le donne si prendevano cura dei feriti; e parecchie, vestite come uomini combattevano a fianco dei mariti e dei fratelli, ingannando il nemico meno delle mutate vesti che per valore…".La città cadde il 10 Maggio. Lo Sciarpa sicuro ormai della Basilicata, mosse alla volta di Napoli. Il 13 Giugno sul ponte della Maddalena, strinse la mano al cardinale Ruffo. Tra le città del dipartimento di Avigliano -che il Cuoco definisce "il dipartimento più democratico della terra,"Picerno fu il centro di raccolta dei repubblicani della Basilicata Occidentale e, per l'eroismo mostrato nel Maggio del 1799, meritò l'appellativo di "Leonessa della Lucania".Fu possibile organizzare l'ultima resistenza repubblicana a Picerno, perché questa cittadina aveva già aderito al movimento giacobino a seguito delle infiltrazioni di idee repubblicane portate da Napoli dagli studenti universitari.